Passanti, corridori, ciclisti, mamme e bambini urlanti.
Poi ci sono io, con cuffie nelle orecchie mi guardo intorno quasi stordita, stupendomi da quanto sia pieno il lungomare.
Strascichi d'estate.
L'aria in effetti è calda, perché non godersela?
La spiaggia non è gremita come i lunghi pomeriggi d'agosto, quindi più confortevole per quei fortunati che vogliono e possono starsene in santa pace qualche ora, lontani da casa, dal lavoro, lontani da tutto.
Desisto nel percorrere i gradini che mi separano dalla sabbia lucente, e da un mare calmo e continuo a camminare stringendo la mia Canon rimasta troppo tempo dentro una scatola.
Faccio qualche scatto, rubo qualche posa e qualche timido sorriso, niente di più, sono fuori allenamento, come in tutte le cose.
In procinto di tornare a casa la vedo.
Se ne sta seduta, sola.
Mi fermo.
Rimane in silenzio, si guarda intorno senza realmente guardare.
Unisce le mani, le porta sulla fronte.
Sembra che stia attendendo qualcuno, o qualcosa.
Mi avvicino e mi siedo poco lontano, noto che ha gli occhi lucidi,stanchi e gli abiti consumati.
Attende e attendo con lei, cosa non so.
Lunghi minuti e nulla accade fino a quando inizia a guardare la spiaggia, il mare.
Piange.
Dovrei andarmene eppure non riesco a staccarmi... intanto i corridori, i ciclisti, le mamme camminano, persi nei loro pensieri e nei loro problemi.
Resto ancora qualche minuto, lei continua a piangere guardando al di là.
Le rubo qualche scatto e vado via portandomi con me quel senso di attesa di un qualcosa che probabilmente non arriverà mai.
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martedì 18 settembre 2012
martedì 24 luglio 2012
Giornate fortunate
Esistono giornate piatte, giornate qualsiasi, quelle in cui poco ci si aspetta e poco si crea.
"Giornate noiose" potrebbero chiamarle molti, sarei in accordo con loro se solo non fosse che per me giornate noiose non esistono.
Le giornate noiose sono per chi ha realmente poca inventiva e poco spirito di adattamento verso luoghi e situazioni e non fanno per la sottoscritta.
Sta di fatto che era una giornata quasi vuota, dopo aver ordinato quel che c'era da ordinare e letto quel tanto che bastava, poco rimaneva da fare e troppo tempo per farlo, quindi con la macchinetta fotografica in tasca e pochi spicci decisi di farmi due passi.
La città sapeva di mare e di pioggia e poco restava dell'estate, il lungomare era ormai stato ricoperto dalla sabbia ed un vento si era alzato un bel po', così decisi di correre verso la prima stradina interna, utile più per un riparo di fortuna che per la mia passeggiata.
Era una stradina stretta, con piccole case a destra e sinistra, case lasciate dopo aver pagato l'ultima rata dell'affitto estivo.
L'aria era ferma e stantia, quindi decisi di dar movimento alle mie gambe per uscire da quel posto.
Percorsi qualche decina di metri, camminando lentamente verso l'incrocio e mi fermai di colpo vedendo il secchio della carta (per la raccolta differenziata) pieno di riviste e libri ormai poco recuperabili, gonfiati dalla pioggia, rovinati dal vento, sporcati dalla sabbia e buttati dalla stupidità di qualcuno.
Decisi di fotografare quella scena più per un'avvertenza personale che per ricordo quando lo sguardo cadde al di fuori dal cassettone...
...Proprio ai suoi piedi due libri intatti, un po' sporchi e bagnati, ma integri almeno in apparenza.
Lasciai cadere la macchinetta nella borsa e li raccolsi con estrema cautela.
Uno aveva la copertina rigida, ricoperta di un tessuto ruvido color blu scuro, le pagine interne erano ruvide, spesse e pulite.
L'altro era più piccolo, con una copertina economica e morbida, le pagine interne si erano ingiallite, ma nulla di più.
Erano stati comprati, o forse regalati, letti (forse) e poi buttati dentro quel cassone troppo gonfio per poterli contenere.
Nessuno aveva pensato di regalarli ad altre persone, di donarli a qualche associazione, di portarli in qualche libreria o in biblioteca... li avevano solo presi nel mucchio e gettati via.
Nessuno aveva pensato di regalarli ad altre persone, di donarli a qualche associazione, di portarli in qualche libreria o in biblioteca... li avevano solo presi nel mucchio e gettati via.
Ricordo che iniziò a piovere e non ebbi tempo per pensare a nulla se non a tornare a casa nel minor tempo possibile.
Quella sera, mentre facevo una doccia calda e la camera era illuminata da una lampada ambra e profumata d'incenso, sulla scrivania, stesi uno accanto all'altro, sopra ad un telo grezzo di cotone riposavano:
"Il Giappone ai tempi dei samurai" di Louis Frédéric e "113 antichi racconti giapponesi" a cura di Serena Bisacca, ancora affaticati dalla brutta avventura che hanno affrontato e ancora umidi dalle intemperie che hanno incontrato.
Sotto la doccia sorrisi... ci sono giornate un po' vuote, ma che possono rivelarsi veramente fortunate.
mercoledì 18 luglio 2012
Il marinaio
Oggi vorrei parlare di un marinaio, non indossa la solita divisa dei marinai di oggi, o la camicia con le righe verticali e i pantaloni stretti che arrivano fino alle caviglie.
Lui è un marinaio strano.
Non possiede una nave, anzi: "Non ho mai navigato... io", dice.
Certo però che dovrà pur aver raggiunto questa spiaggia, il come però mi è ignoto.
Sembra esser arrivato ora, reduce da una tempesta che io non ho visto.
Indossa un abito di lino grezzo dal color avorio chiarissimo. Le maniche della camicia sono larghe e lunghe, stessa cosa per i pantaloni. E' un vestito vecchio, di quelli che non smetti mai di usare, usurato, strappato e logoro in alcune parti, ma pulito.
"E' stata la tempesta" dice.
Questo marinaio va in giro con delle buste di plastica con dentro delle cose.
Non so cosa siano queste cose, ma posso capire, dal modo in cui le trasporta e le poggia, che sono molto importanti e questo mi basta, poco importa come le si trasporta, basta che si hanno dei tesori da custodire, no?
Ho incontrato quest'uomo mentre me ne stavo seduta sul muretto di pietra che da sul mare, in una giornata estiva, calda e limpida.
Si è seduto vicino a me, in silenzio, le mani strette su quelle buste e il viso dritto davanti a se, verso l'infinito.
Il marinaio ha la carnagione scura, bruciata sul volto, stanca, ma lucente e i suoi occhi sono verdi, brillanti...pieni.
Inizia a parlare, guardando sempre l'orizzonte blu.
Lo capisco poco.
Mi dice che non ha mai visto una barca in vita sua, che non ha mai navigato, ma che sta qua, su questa spiaggia per colpa di una brutta tempesta.
Non ha l'aria preoccupata, ma smarrita.
Si guarda intorno come se cercasse un appiglio, ma l'unica cosa che trova è un mare estivo e me.
Non è di certo molto per poter ripartire.
Gli chiedo se vuole essere fotografato, mostrandogli la macchinetta, ma dice di no scostandola con la mano.
Mi sorride, alcuni denti gli sono caduti, ma gli occhi diventano sempre più piccoli, sereni e lucenti.
Ricambio il sorriso e lui accenna un'inchino con la testa.
Inizio a scrivere su questo taccuino, le parole scorrono veloci.
Alzo la testa e lui non c'è più, lo vedo camminare in lontananza con le sue buste, il suo vestito grezzo e splendente sotto il sole ancora alto; lo vedo camminare verso nuove tempeste a me ignote.
Con la speranza che trovi la sua nave o la sua spiaggia per potere finalmente vivere quel mare come tanto vorrebbe io termino questo mio piccolo scritto.
Vi lascio con uno scatto di un mare calmo... ma solo in apparenza, come l'animo umano.
Angel
Lui è un marinaio strano.
Non possiede una nave, anzi: "Non ho mai navigato... io", dice.
Certo però che dovrà pur aver raggiunto questa spiaggia, il come però mi è ignoto.
Sembra esser arrivato ora, reduce da una tempesta che io non ho visto.
Indossa un abito di lino grezzo dal color avorio chiarissimo. Le maniche della camicia sono larghe e lunghe, stessa cosa per i pantaloni. E' un vestito vecchio, di quelli che non smetti mai di usare, usurato, strappato e logoro in alcune parti, ma pulito.
"E' stata la tempesta" dice.
Questo marinaio va in giro con delle buste di plastica con dentro delle cose.
Non so cosa siano queste cose, ma posso capire, dal modo in cui le trasporta e le poggia, che sono molto importanti e questo mi basta, poco importa come le si trasporta, basta che si hanno dei tesori da custodire, no?
Ho incontrato quest'uomo mentre me ne stavo seduta sul muretto di pietra che da sul mare, in una giornata estiva, calda e limpida.
Si è seduto vicino a me, in silenzio, le mani strette su quelle buste e il viso dritto davanti a se, verso l'infinito.
Il marinaio ha la carnagione scura, bruciata sul volto, stanca, ma lucente e i suoi occhi sono verdi, brillanti...pieni.
Inizia a parlare, guardando sempre l'orizzonte blu.
Lo capisco poco.
Mi dice che non ha mai visto una barca in vita sua, che non ha mai navigato, ma che sta qua, su questa spiaggia per colpa di una brutta tempesta.
Non ha l'aria preoccupata, ma smarrita.
Si guarda intorno come se cercasse un appiglio, ma l'unica cosa che trova è un mare estivo e me.
Non è di certo molto per poter ripartire.
Gli chiedo se vuole essere fotografato, mostrandogli la macchinetta, ma dice di no scostandola con la mano.
Mi sorride, alcuni denti gli sono caduti, ma gli occhi diventano sempre più piccoli, sereni e lucenti.
Ricambio il sorriso e lui accenna un'inchino con la testa.
Inizio a scrivere su questo taccuino, le parole scorrono veloci.
Alzo la testa e lui non c'è più, lo vedo camminare in lontananza con le sue buste, il suo vestito grezzo e splendente sotto il sole ancora alto; lo vedo camminare verso nuove tempeste a me ignote.
Con la speranza che trovi la sua nave o la sua spiaggia per potere finalmente vivere quel mare come tanto vorrebbe io termino questo mio piccolo scritto.
Vi lascio con uno scatto di un mare calmo... ma solo in apparenza, come l'animo umano.
Angel
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